Editoriale: Après moi, le déluge

Ancora qualche giorno a Palazzo Chigi per Mario Monti, qualche mese al Quirinale per Giorgio Napolitano. Poi tutti e due si ritroveranno a Palazzo Madama, dove il primo è stato nominato senatore a vita nel novembre del 2011 dal secondo, che smessi i panni presidenziali avrà il laticlavio di diritto. Toccherà tuttavia ancora a Napolitano, una volta archiviate le elezioni, procedere con gli adempimenti istituzionali che permetteranno all’Italia di avere un governo e di rispondere alla necessità di agganciare la ripresa economica già in atto in paesi Ue come la Germania, dove il Pil è tornato a crescere.

Scadenze ed adempimenti tra cui rientra il conferimento dell’incarico al prossimo Presidente del Consiglio. Ci si aspetta dal Colle, in chiusura di mandato, ancora un invito forte al dialogo tra i partiti della prossima legislatura, alcuni di quali del tutto nuovi alle aule parlamentari: sarà probabilmente questa l’eredità morale che Napolitano vorrà riaffermare e consegnare a chi governerà il Paese e ad un Parlamento ancora una volta eletto con il “Porcellum”.

Il prossimo Capo dello Stato dovrà pertanto ripartire da qui, da un problema, evidente, di scarsa rappresentatività dei deputati e dei senatori della nuova legislatura, avvertito già in quella attuale come nella precedente. La destra populista, invece, dovrà ripartire, dopo la verosimile rotta elettorale del Cavaliere, dalla propria rifondazione e da una profonda riflessione su come contrapporsi, nel prossimo Parlamento, al nuovo governo, che auspichiamo essere di centro-sinistra: opposizione intransigente all’insegna del “no sistematico e pregiudiziale”, oppure rinuncia all’estremismo in favore della collaborazione su alcune questioni, come le riforme, stando a quanto detto in passato dal dimezzato Alfano?

Questa variabile dipenderà anche dalle proporzioni della sconfitta della coalizione berlusconiana al Senato. Il panico incombe e stavolta i colonnelli del Pdl saranno attesi da un esercizio acrobatico senza rete, una volta avviato alla pensione il frontman di Arcore. Per la sconfitta alle politiche, infatti, il tribunale del popolo forzitaliota avrà già individuato il colpevole predestinato nel gruppo dirigente scadente e di contorno, reo di aver portato la ex “Casa delle libertà” al disastro nel tentativo di mettere da parte Sua Emittenza. Col rischio che ogni tentativo di tenere in piedi la baracca naufraghi sul nascere, confermando quanto l’autoparagone tra Berlusconi ed il Re Sole sia calzante: après lui, le déluge.

ANTONIO MATASSO

Regione Lazio, elezioni sub iudice

Con l’ordinanza emessa dal Tar Lazio nei giorni scorsi si certifica una circostanza che non è sfuggita da tempo a molti operatori del settore, ossia che le elezioni regionali per il Lazio del 24-25 febbraio prossimi saranno sottoposte alla spada di Damocle di futuri – e probabili – ricorsi giurisdizionali sulla legittimità del procedimento elettorale, con conseguente rischio potenziale di annullamento della consultazione.

Ma procediamo con ordine. Come noto, il decreto del Presidente della Giunta regionale dimissionario ha fissato il numero complessivo del Consiglio regionale in 50 membri oltre il Presidente. Tale scelta ha trovato fondamento giuridico in una norma statale (contenuta nel decreto legge 174/2012 sui costi della politica regionale, poi convertito in legge) che individua la composizione massima delle Assemblee elettive regionali sulla base di parametri demografici. Per il Lazio il numero massimo di riferimento è, appunto, 50.

Tuttavia, questa norma, e il decreto del Presidente della Giunta regionale, si pongono in contrasto con lo Statuto del Lazio, nonché con la sua legge elettorale, che, entrambi, fissano in 70 la composizione del Consiglio.

Tale discrepanza ha dato origine ad un ricorso da parte di alcune forze politiche circa la legittimità di convocare elezioni per il rinnovo di soli 50 consiglieri (più il Presidente dell’esecutivo regionale) in luogo degli attuali 70, poiché si verrebbe configurare – a giudizio dei ricorrenti – una lesione della competenza regionale in materia statutaria e di organizzazione (prevista dall’art. 123 cost.), e quindi una illegittimità dell’intero procedimento elettorale.

Si noti che la questione sollevata non è assolutamente marginale non solo dal punto di vista giuridico, per le ragioni che tra poco diremo, ma anche politico, poiché le diverse formazioni che si presenteranno alla consultazione sono soggette al rispetto di una normativa controversa e che potrebbe essere annullata ad elezioni svolte, con conseguenze sull’articolazione del processo democratico e sulla volontà degli elettori facilmente intuibili.

Tenuto conto di tutto ciò, la pronuncia del Tar, nel rigettare l’istanza cautelare per sospendere l’efficacia del decreto regionale, non contribuisce a dipanare i dubbi sulla certezza delle prossime elezioni regionali. Infatti, nell’ordinanza il collegio precisa che la trattazione del merito della questione avverrà solamente il 7 marzo, ossia a risultato abbondantemente acquisito. Inoltre, contro questo provvedimento cautelare sarà presentato appello dinanzi al Consiglio di Stato, come già annunciato dai ricorrenti.

La precarietà del procedimento traspare altrettanto esplicitamente da un passaggio dell’ordinanza in cui il collegio ammette che non esistono, allo stato, soluzioni che possano scongiurare una ripetizione della tornata elettorale a seguito di un eventuale accoglimento del ricorso in sede di merito, e quindi dopo lo svolgimento delle elezioni.

Ne discende un quadro estremamente delicato circa il livello si stabilità della procedura elettorale, in un contesto politico regionale fibrillante ed in continua evoluzione, che non lascia escludere code giudiziarie idonee a minare la credibilità del risultato del voto espresso dai cittadini.

Questa vicenda può, in conclusione, essere letta nell’ambito di quella generale confusione che caratterizza, da alcuni mesi, l’intera materia elettorale ed istituzionale, sia a livello statale che regionale, tra riforme annunciate e mai completate, interventi legislativi poco rituali ed un sistema bisognoso di nuovi equilibri per affrontare le sfide della modernità.

VINCENZO IACOVISSI

I vantaggi comparati nel socialismo

Con l’acuirsi dell’attuale crisi, assistiamo all’emergere, nonché al radicarsi di movimenti politici estremisti, di cui forse il caso greco, rimane l’esempio più eclatante, con l’oramai affermato movimento di estrema destra “Alba Dorata”, partito dalle forti connotazioni neo-fasciste e neo naziste. Tuttavia anche in Italia l’ondata neofascista ha ripreso gran vigore, attraverso l’approvazione della Costituente Alba Dorata Italia, lo scorso Dicembre, di cui Alessandro Gardossi ne è il rappresentante.

Hanno destato la mia attenzione le fondamenta su cui si basa il movimento, idee particolarmente basate sulla distribuzione di alimenti ai poveri, sull’apprensione verso gli imprenditori strozzati da Equitalia, nonché la diffusione delle loro idee nelle fabbriche.

La partecipazione, la solidarietà ed il lavoro, sono temi che rispecchiano tutt’altra fonte politica, che, soprattutto in questa fase di discesa economica sono usati da alcuni speculatori politici per trarre un vantaggio individuale e non collettivo.

Vorrei ricollegare quest’ultimo passaggio alla teoria dei vantaggi comparati (1817) di David Ricardo, famoso economista, considerato uno dei massimi esponenti del pensiero classico. L’assunto su cui si basa tale teoria, è che un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un maggior vantaggio comparato, cioè la cui produzione ha un costo opportunità (il costo che un individuo sostiene rinunciando ad una cosa per intraprenderne un’altra, ad esempio maggior lavoro comporta minor tempo libero, quest’ultimo è il costo opportunità), in termini di altri beni, minore che negli altri paesi.

Vi chiederete, qual è il legame tra il socialismo e Ricardo? Mi è ritornato in mente questo autore, poiché se noi guardassimo il PSI come un paese e se tuttavia focalizzassimo (avessimo focalizzato) tutte le nostre energie (la specializzazione che intende Ricardo) su ciò di cui il partito è stato promotore da decenni (la nostra reputazione decennale, nonché i nostri originali valori rappresentano il nostro costo-opportunità) come la libertà di uguaglianza, di giustizia, di responsabilità, di solidarietà, avremmo adesso (ed avremmo avuto) un vantaggio rispetto ad altri partiti che attualmente copiano i nostre ideali e pertanto avremmo (forse) declinato verso altre attività questi pseudo movimenti politici, attuando in tal modo una più evidente selezione naturale, collocandoci nella giusta posizione che ci spettava e che ancora ci spetta!

MARCO FRANCO

Sinistra e cittadinanza, una provocazione sui valori

A dispetto della baraonda suscitata intorno ai possibili punti di dibattito per l’Italia che verrà, una questione sembra essersi già delineata quale punto caldo della prossima legislatura. Ci si riferisce al mutamento della legge sulla cittadinanza, attualmente imperniato sul cosiddetto principio dello ius sanguinis, per cui l’acquisto automatico di tale diritto viene ricollegato all’appartenenza ad un’ascendenza italiana. Si tratta di un criterio bocciato senza mezzi termini come incivile dallo schieramento di centro-sinistra, che ne ha fatto l’oggetto di una campagna abolizionista, al fine di sostituirlo con il diverso principio dello ius soli, grazie al quale l’accesso alla cittadinanza verrebbe garantito in virtù della mera nascita sul territorio italiano.

Sebbene in prima battuta possa apparire confortante una simile omogeneità in una realtà politica che negli ultimi vent’anni non ha certamente brillato per uniformità di pensiero, v’è tuttavia da chiedersi se sia possibile adottare uno schema mentale così rigido, in un campo pregno di ripercussioni potenzialmente esplosive, senza aver prima aperto un dibattito interno al popolo di sinistra. Detto in altri termini, la riforma della legge attualmente vigente è davvero un imperativo categorico? A parere di chi scrive, la risposta è no, sulla base di una serie di considerazioni che verranno illustrate qui di seguito. In una trattazione della materia dei diritti di cittadinanza a favore degli immigrati non si può non partire dalla questione del presunto razzismo che si celerebbe dietro la posizione di chiunque si dimostri avverso al dogma della necessaria riforma.

Per i sostenitori di tale mantra, sarebbe discriminatorio non concedere ai figli degli immigrati un automatico accesso a tale posizione chiave del nostro ordinamento, poiché ciò equivarrebbe ad emarginarli in eterno dallo spirito nazionale, tramutandoli inesorabilmente in corpi estranei. Una simile affermazione potrà anche apparire suggestiva agli occhi di molti, soddisfacendo il loro intimo bisogno di non esser additati come mostri razzisti, fornendo nel contempo un facile strumento per zittire eventuali opposizioni, e non a caso è stata fatta pendere sinora come una spada di Damocle sul capo di chiunque abbia osato contestare nel dibattito interno alla sinistra la crociata contro la legge sulla cittadinanza. Peccato che, ad una rapida analisi, essa dimostri una totale carenza di contenuti. Giova ricordare che, nella realtà concreta, lanciare accuse necessita di una base probatoria, tanto più quando essa implichi il rischio di uno stigma sociale quale quello del razzismo. L’accusa di un’esclusione dei figli d’immigrati dall’accesso alla cittadinanza sarebbe fondato qualora essa si traducesse in un’ assoluta ed automatica preclusione all’acquisizione in questione. Ma il testo normativo in vigore smentisce completamente quest’assunto. La l. 91/1992 si limita difatti a ricollegare tale acquisto alla nascita e residenza in Italia sino alla maggiore età, nonché alla manifestazione della dichiarazione di volerla acquisire entro un anno dal compimento del diciottesimo anno. Questo meccanismo potrà anche non essere gradito, ma non può essere certamente bollato come razzista, visto che non si traduce in alcuno sbarramento. Essa esprime semmai un principio di grande civiltà, cui la sinistra sembra essere ormai divenuta completamente sorda, ma che nondimeno continua ad ergersi a garanzia della sopravvivenza del nostro ordinamento: il collegamento del possesso della cittadinanza all’accettazione dei valori democratici scaturiti dall’esperienza storica europea. Trattasi di una questione focale, a parere di chi scrive destinata a costituire in Occidente il principale campo di battaglia sul piano dei valori costituzionali, e sui cui si dovrebbe aprire un sereno tavolo di dibattito, senza preclusioni di sorta. Perché tacciare d’inciviltà chiunque intenda ricollegare la cittadinanza a qualcosa di più che un semplice possesso di status non soltanto è una condotta intellettualmente sciocca e moralmente indegna, ma tradisce anche una profonda ignoranza del significato profondo che sottende al diritto in questione. Cittadinanza non equivale infatti ad un semplice cumulo di diritti e di doveri, non è un semplice attestato impresso in scartoffie amministrative, ma esprime l’appartenenza ad una comunità dotata di propri valori cui si deve aderire per poter esserne parte. Ed è proprio in questo che l’inconsistenza del discorso giocato a sinistra rivela la propria fallacia. Affermare che l’invocazione di radici cristiano-ebraiche nella cultura europea altro non è se non uno specchietto per le allodole utilizzato dalla destra per legittimare un’ipotetica riconfessionalizzazione della nostra società conterrebbe una grande verità, purché fosse accompagnato da una susseguente difesa dei valori posti a base della laicità statale, che costituisce la maggiore conquista ideologica del mondo occidentale.

Ma i partiti dell’area opposta alla destra sembrano purtroppo aver completamente smarrito questo discorso, attaccandosi ad un’aprioristica difesa di un’idea di neutralità che nasce viziata proprio perché rifiuta di difendere il contenuto essenziale del nostro patto costitutivo. Essere titolari del diritto di cittadinanza implica difatti per chiunque il dovere di abbandonare tradizioni e costumanze che risultino incompatibili con i valori fondanti del nostro ordinamento, principi dietro i quali si nascondono secoli di dolorose lotte e di martiri. E’ il prezzo che tutti vengono chiamati a compiere nel momento stesso in cui accettano di essere cittadini europei. È vero che nella realtà dei fatti moltissimi italiani ed europei sono contrari agli ideali della parità di genere o della libertà sessuale, tuttavia è innegabile che il controllo sociale esercitato nei loro confronti è tanto più stringente quanto più esacerbato è il loro tentativo di sovvertire l’ordine esistente, percepito come nemico di elementi essenziali del vivere comune. Sennonché nella mentalità dominante a sinistra questo meccanismo di difesa viene meno qualora le violazioni dei valori laici vengano ad esser commesse da immigrati, in nome di un malsano senso di colpa verso il passato coloniale che induce a perdonare loro quanto non è tollerato dagli oriundi, quando proprio nei confronti dei primi bisognerebbe esercitare una maggiore spinta all’adeguamento. Sebbene si voglia chiudere volontariamente chiudere gli occhi, per evitare d’esser marchiati di razzismo, la triste realtà è che le comunità d’immigrati tendono a preservare il proprio codice etico proprio attraverso lo sfruttamento di questa concezione di tolleranza, che si rivela malsana nel suo non richiedere reciprocità. Perchè sarà giusto ritenere il concetto di cittadinanza slegato dall’idea di un popolo inteso quale gruppo etnico, i cui tragici risvolti hanno causato la scomparsa di milioni di persone nell’ultima guerra mondiale, ma è altrettanto sacrosanto esigere dai nuovi arrivati l’assimilazione dei valori ritenuti legittimi sul nostro territorio. E ai tanti profeti di sventura, che amano salmodiare la tragedia della discriminazione, sarebbe utile sottolineare come il pericolo di un suicidio degli ideali laici, insiti in queste campagne, non sia tanto remoto. Senza tralasciare le tragiche vicende di Sanaa ed Hina, psicologicamente e fisicamente maltrattate per anni all’interno delle proprie comunità ed infine massacrate perché colpevoli di voler essere occidentali, è interessante notare che in Belgio gli esponenti delle comunità musulmane, detentori di un diritto di cittadinanza acquisito proprio in virtù di questa unilaterale apertura, hanno fatto eleggere nei dintorni di Bruxelles esponenti del Partito Islam, che si propone d’instaurare nel Paese la sharia islamica.

Innanzi a simili propositi, sarebbe opportuno chiedersi se l’Eurabia invocata da Oriana Fallaci, l’eretica più vituperata dalla sinistra italiana, sia poi così lontana dall’essere frutto di vaneggiamenti. Lungi dall’essere una semplice espressione democratica, queste condotte segnano infatti un tradimento dei valori di rispetto cui pure le comunità musulmane, oggi le principali in espansione demografica, dovrebbero essere portavoce, dimostrando quanto assurda sia l’idea di offrire il diritto più prezioso a persone che in perfetta malafede ne fanno il pilastro di un sovvertimento dell’ordinamento esistente. In questa prospettiva, la previsione vigente dimostra allora la propria piena valenza: ricollegare l’acquisto della nostra cittadinanza ad un periodo formativo che coincide con l’educazione scolastica consentirà difatti ai figli degli immigrati di assimilare i valori del nostro ordinamento non soltanto formalmente, ma anche psicologicamente, permettendo loro d’interiorizzare condotte mentali spesso assenti nel contesto d’origine, ma che definiscono l’identità italiana ed europea. Appare allora opportuno procedere con cautela in affermazioni arbitrarie sull’obbligo di modificare la legislazione sull’immigrazione, senza prima essersi degnati d’aprire un dibattito interno all’opinione pubblica, che dia voce anche a quanti, pur riconoscendosi nei programmi di quest’area, vogliano però difendere i principi di laicità. Permettere alla destra estrema di monopolizzare questa tematica, apparendo quale unica paladina della laicità, non soltanto è un’offesa alla memoria di quanti per uno Stato realmente neutrale hanno pagato con la propria vita, ma rischia oltretutto d’indurre l’opinione pubblica, come accaduto nei Paesi Bassi sta ora accadendo in Belgio, a seguirli nell’abbandono di atteggiamenti d’apertura verso gl’immigrati per reazione a quello che viene giustamente percepito come un attacco alla propria identità. Se proprio si volesse condurre una battaglia di civiltà, sarebbe semmai opportuno per Bersani o Napolitano spendere parole decise a favore dei diritti di categorie di cittadini, cui andrebbe per ragion di cose data la priorità, quali gli omosessuali o coloro che vegetano in condizioni comatose senza aver potuto scegliere come impostare la propria fine. L’ipocrita timidezza adottata riguardo il primo punto e l’assoluto silenzio adottato sul secondo costituiscono allarmanti segnali di uno smarrimento esistenziale dell’area di sinistra, che non lasciano presagire nulla di buono per il futuro.

GIUSEPPE GIGLIOTTI

Editoriale: Una politica laica, per credenti e non credenti

Nel suo celeberrimo pamphlet intitolato “La predica di Natale”, il socialista Camillo Prampolini affermava, riportando il contenuto di un suo comizio del 1897, in coincidenza con l’importantissima festa cristiana: «Lavoratori! Ancora una volta voi avete festeggiata nelle vostre case e nella vostra chiesa la nascita di Gesù Cristo. Ma interrogate la vostra coscienza: siete ben sicuri di meritare il nome di cristiani? siete ben sicuri di seguire i principii santi predicati da Cristo e pei quali egli morì?». Sono passati tanti anni da quell’accorato interrogativo, perfettamente socialista e cristiano ad un tempo. Erano gli anni della contrapposizione frontale tra il clericalismo ed i fautori del principio di laicità, esso stesso di origine cristiana. Da allora ad oggi, rispetto alla tradizione divisione tra “laici” e cristiani, non c’è stata in Italia nessuna significativa svolta nel modo di leggere la politica, quasi che nel nostro paese vi siano due categorie irriducibilmente contrapposte. Dimenticando che in Europa, ad esempio, le formazioni politiche socialiste, socialdemocratiche e laburiste sono partiti laici di credenti e non credenti. Probabilmente molto è dipeso dal fatto che lo strappo del principale partito della sinistra italiana dalla fede e dall’altra “chiesa”, quella comunista, è stato fin troppo tardivo, per quanto netto e doloroso, favorendo così una lettura come quella or ora descritta. Nella lunga e aspra contesa che per tutto il Novecento ha opposto comunisti e socialdemocratici nel Vecchio Continente, la storia ha dato ragione alle ragioni di questi ultimi, al loro riformismo, alla loro riuscita, anche se non ancora conclusa, riforma del capitalismo, attraverso il compromesso tra economia di mercato organizzata (ma non diretta dall’alto) e solidarietà sociale, attraverso il welfare come alternativa realistica ai disastri dell’economia pianificata. L’adesione all’Internazionale Socialista ed al Partito del Socialismo Europeo poteva rappresentare per gli ex comunisti italiani una via d’uscita non provinciale dalla contesa tra i reduci del Pci ed i socialisti italiani. Una contesa viziata, fin dalle origini, proprio dall’anomalia, anzi dalla situazione – unica in Europa – di schiacciante prevalenza della componente comunista su quella socialista. Un’anomalia che ne ha generato specularmente un’altra: quella rappresentata dall’unità politica dei cattolici nel partito della Democrazia Cristiana e dalla conseguente difficoltà di rapporto tra la sinistra e il vasto mondo cristiano italiano. L’esatto contrario di quanto capitava più o meno in tutto il resto d’Europa, con le solide radici religiose e cristiane del laburismo inglese e di molti socialismi nordici; oppure con la fusione francese ad Épinay tra sinistre socialiste, repubblicane, cristiane (Jacques Delors in testa); con la significativa presenza di leader cristiani – da Pasqual Maragall ad António Guterres – nei nuovi partiti socialisti delle rinate democrazie iberiche. La caduta del Muro ed il parallelo dissolversi dell’unità politica dei cattolici, nel contesto del nascente (pessimo) bipolarismo, avevano aperto all’Italia la concreta possibilità di dotarsi di un sistema politico, oltre che istituzionale, di stampo europeo. Occasione ormai sprecata in questi vent’anni di dimenticabile “Seconda Repubblica”. In tutto ciò, la perdurante tendenza a descrivere il paese secondo l’idea che da una parte vi sono i cristiani, nessuno dei quali laico, e dall’altra i laici, nessuno dei quali cristiano, ha determinato una sorta di bipolarismo nel bipolarismo, non meno deleterio di quello che aveva al centro Berlusconi e l’antiberlusconismo. Il combinato disposto di queste dure contrapposizioni ha rischiato di produrre, oltre a tante degenerazioni di cui già paghiamo il fio, una lacerazione tra le ragioni della modernità e quelle dell’uguaglianza e della solidarietà, tra la radicalità dei principi e l’equilibrio dei mezzi. In questo senso, la decisione della gerarchia cattolica romana di benedire la “salita” in politica di Mario Monti, rischia di essere controproducente, a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II ed a quasi venti dalla fine dell’unità politica dei cattolici italiani, per un centro politico – non più solo cattolico – che non voglia ridursi ad occupare una nicchia del mercato elettorale. Un segno niente affatto positivo da Oltretevere, che può essere rovesciato solo da una nuova, grande e forte, iniziativa per una nuova laicità in politica, un campo in cui il bene comune riguarda credenti e non credenti, essendo etimologicamente legato alla parola λαός (“laòs”, vale a dire popolo, comunità), da cui deriva “laico”. Questo è il compito che spetta ai socialisti per il 2013 e nella costruzione della “Terza Repubblica”: un compito per il quale il nostro impegno deve cominciare da subito e che investe soprattutto chi, come chi scrive, è socialista e cristiano come Prampolini. Buone feste da “Giovane Sinistra”.

ANTONIO MATASSO

Roma, parla il candidato socialista alle primarie Mattia Di Tommaso

Leggendo la tua biografia, si capisce che la politica ha sempre fatto parte della tua vita.
Ha rappresentato una palestra di vita molto significativa. Prima a scuola, poi all’università e oggi per la mia città, sono sempre stato animato dalla passione e dalla voglia di mettermi al servizio della comunità, perché la politica se è sana e mirata agli interessi collettivi era ed è una cosa bella.

Oltre la politica, c’è stato lo studio.
Continua ad essere parte della mia vita. Dopo la laurea in giurisprudenza, desideravo approfondire alcune tematiche e per questo ho frequentato prima il corso “Politiche dell’asilo nell’Unione Europea” e, successivamente, il master di II livello “Tutela internazionale dei diritti umani”. Nel frattempo sto completando la pratica legale in attesa di poter svolgere l’esame di stato per diventare avvocato.

Ti sei candidato alle primarie del centrosinistra di Roma. Perché?
Perché anche io che ne sono appassionato, ho cominciato a nutrire dubbi e rassegnazione nei confronti della situazione politica generale, fino ad arrivare al dubbio: che faccio? Lascio che la delusione prenda il sopravvenuto, concedendomi alcuni spazi di polemica magari tra pochi amici, oppure cerco di fare qualcosa in prima persona, mettendo al servizio della città la mia passione, la mia voglia di fare, e le mie idee? Ho scelto la seconda.

Come sta andando la raccolta firme?

Molto bene, in queste ore stiamo contando le firme raccolte nei gazebo e quelle presenti nei moduli che tante persone ci stanno riconsegnando in queste ore. Ho ragione di sostenere che la soglia di 4000 firme sia stata raggiunta, ma poiché il comitato promotore delle primarie di Roma ha deliberato di prolungare il termine per la presentazione in attesa ancora della fissazione delle date di svolgimento, abbiamo deciso di continuare anche sotto le feste, la raccolta firme, in modo di aumentare le occasioni di confronto ed ascolto con i cittadini.

È un obiettivo molto ambizioso. Cosa pensi di fare?

Il mio obiettivo è portare al centro del dibattito anche la questione giovanile, per anni proclamata ma mai affrontata.  Ri-dare voce e speranza ai tanti giovani talenti preparati e volenterosi di questa città. Poi, amando questa città, la mia ambizione è quella di trasformarla in un luogo accessibile, moderno, efficace, funzionante, dinamico.

La cosa più urgente di cui ha bisogno Roma.

Tornare ad essere una grande capitale europea, dove si vive e si lavora bene. Dove si riducano i tempi di spostamento, e gli uffici amministrativi diventino più efficaci e digitali. Dove si sviluppino i sentimenti dell’integrazione, della tolleranza e della solidarietà. Dove aumenti l’offerta artistica, culturale e giovanile. Dove chi governa è il primo che deve dare il buon esempio.

I  punti fermi del tuo programma?
Abbiamo definito le priorità, e il programma è ancora aperto al contributo e alle idee di ciascuno. Trasporti, casa, giovani, riforma della pubblica amministrazione, diritti per tutti sono i nostri punti fermi. Roma e i romani devono ripartire da qui. I primi interventi saranno: prolungare l’orario della metropolitana ed aumentare le corse dei bus; censire tutti gli appartamenti sfitti ed inutilizzati e assegnarli, secondo graduatoria, alle giovani coppie a canone agevolato;  consentire di richiedere on line certificati e altri documenti amministrativi (es. carte d’identità); registro delle unioni civili; aumentare e semplificare le modalità di partecipazione alla vita politica della città; riqualificare le periferie e facilitare l’avvio di nuove imprese giovanili.

Come si finanzia la tua campagna elettorale?
Per scelta ed esigenza è una campagna low badget. Intendiamo sfruttare al massimo i vantaggi delle risorse a costo zero. La mia grande ricchezza è rappresentata dal contributo volontario che mi stanno dando tantissime persone in questi giorni. Non li ringrazierò mai abbastanza. Al momento le uniche spese per la raccolta firme sono riuscito a coprirle personalmente. Quando inizierà la campagna elettorale, avrò, necessariamente, bisogno di fondi. Per questo lanceremo presto una raccolta delle donazioni, e ovviamente, ogni spesa sarà pubblica e trasparente.

In che modo ti si può aiutare nella tua battaglia politica?

Stiamo costituendo il comitato elettorale, interamente composto da giovani. Un bel gruppo dinamico ed affiatato, molti di loro alla prima esperienza politica. I modi per collaborare saranno tantissimi, e ad ognuno verrà chiesto di collaborare secondo le proprie esigenze e sfruttando le proprie capacità. A breve, sul mio sito www.mattiaditommaso.it si troveranno tutte le indicazioni. Ho bisogno di tutti, perché da solo non vado da nessuna parte.

Un saluto…

Seguitemi, criticate, suggerite, proponete, partecipate. Non perdete questa grande occasione di impegno civile e politico. Insieme, con le nostre idee e il nostro entusiasmo, trasformeremo Roma come non l’avete mai vista.

FRANCESCA PERILLI

Pd e profumo di sinistra: un’analisi dei limiti del centrosinistra

Conclusasi la tormentata fase della battaglia delle primarie, si apre una parentesi di riflessioni e di bilanci, quanto mai opportuni, considerati i toni elevati utilizzati nel confronto Renzi-Bersani. Ebbene, se proprio si voglia fare conteggi di vincitori e vinti, sembra proprio che tra i secondi debba annoverarsi quella che pure avrebbe dovuto essere la regina del ballo inscenato nella coreografia delle primarie, la tanto incensata idea di un programma di Sinistra. Sembra eretico affermare che proprio un’idea progressista sia risultata vittima di un confronto tra forze che a lei si richiamano. Eppure, analizzando le dichiarazioni dei contendenti nelle battute finali della lotta, sembra emergere ancora una volta il dramma storico dell’area di centro-sinistra, quel vizietto di farsi bella delle penne ideologiche progressiste per poi bruciarle sull’altare d’incoerenti alleanze partitiche. Che Matteo Renzi ed il suo staff di pseudo rottamatori siano propensi ad un uso quanto mai improprio delle idee di sinistra non può stupire, considerando la loro basilare estraneità al nucleo ideologico che a questo schieramento si richiama. Stupisce invece la banalizzazione fattane da un personaggio quale Bersani, la cui apertura, in passate legislature, ad istanze realmente vivificanti della nostra asfittica società avrebbe dovuto lasciar presagire una condotta immune da vili compromessi con Sel, come attestato dalle sconcertanti dichiarazioni su Israele rese nel confronto finale con Renzi, traditrici della sofferta opera di risanamento tra sinistra e mondo ebraico in corso nel Pd in questi ultimi anni. D’altronde, per un paradosso tipico del contesto politico italiano, proprio Nichi Vendola, in genere propenso a sfiancare il suo uditorio con infinite narrazioni, sembra questa volta aver individuato il punto dolente del dibattito, con il suo richiamare i candidati alla necessità di sentire profumo di sinistra nei programmi da approntare in vista delle prossime elezioni. Spogliate dei sottintesi politici vendoliani, questa dichiarazione mette difatti a nudo la tragica confusione ideologica in cui l’area opposta al centro- destra continua a dibattersi da vent’anni a questa parte, incapace com’è di chiarire la propria natura e, conseguentemente, di formulare una consequenziale piattaforma programmatica. Sebbene messa a tacere, per evidenti ragioni di opportunità politica, l’indeterminatezza ideologica del Pd è una tara originaria che ne ha ostacolato sin dalla genesi le capacità di azione e reazione politica, obbligandolo ad un’opera di appiattimento nei confronti degli avversari risultata quanto mai dannosa in termini di governance e di consenso. Infatti, sebbene diversi commentatori abbiano preferito sorvolare sulla questione, concentrandosi sulle indubbie capacità mediatiche espresse da Silvio Berlusconi nel corso della propria carriera politica, è indubbio che un ruolo determinante nei trionfi conosciuti dal centro destra italiano nella cosiddetta Seconda Repubblica sia stato giocato dal rifiuto del polo avversario di proporre un’ alternativa che fosse percepibile come di sinistra. Le ragioni di quest’ostinazione, apparentemente suicida, non sono tuttavia irrazionali come pure potrebbero apparire a prima battuta, specie se si considerino i disastrosi risultati cui hanno condotto, bensì trovano una razionale giustificazione nel naufragio ideologico conosciuto dalla partitocrazia italiana dopo Tangentopoli. L’universo politico della Prima Repubblica, senza ricercare soluzioni dualistiche di sorta, ancorava infatti la propria stabilità all’esistenza di tre grandi partiti capaci d’esprimere con sufficiente chiarezza determinate piattaforme ideologiche. In questo panorama, il voto moderato di matrice cattolica affluiva nella DC, quello legato alle correnti comuniste nel PCI, mentre le istanze socialdemocratiche venivano ad essere rappresentate nel PSI. I vantaggi di una simile ripartizione della rappresentazione politica erano evidenti. Sebbene il mutare delle esigenze sociali ed economiche avessero indotto nel corso del tempo queste formazioni a rivedere, spesso in modo radicale, le proprie linee d’azione, l’elettore rimaneva sicuro di ricollegare il proprio voto ad una formazione capace di esprimere una determinata visione del reale. Tale certezza è andata completamente distrutta a seguito del tracollo di Tangentopoli, segnando uno spartiacque nel legame tra elettori e partiti ed ingenerando un meticciato politico che ha finito per allontanare sempre più i primi dai secondi. Tuttavia, mentre il centro-destra è riuscito a ricompattarsi in tempi straordinariamente brevi intorno al progetto della rivoluzione liberale lanciato da Berlusconi, l’area di sinistra s’è incamminata su un sentiero diametralmente opposto, finendo per smarrire completamente la propria identità. Infinite sono state le ragioni invocate per spiegare un simile tracollo, ma quella più convincente sembra risiedere nell’assurdo connubio tra le forze progressiste ed i cosiddetti cattocomunisti. Si è trattato di un matrimonio celebrato per ragioni di opportunità politica, ma destinato ad essere infecondo sul nascere, per la radicale incompatibilità di vedute tra tradizioni sostanzialmente estranee tra loro. Lo testimonia la feroce opposizione dimostrata dalle aree moderate del Pd su questioni, quali quelle dei diritti civili o della bioetica, che pure si presumono essere patrimonio dell’area di sinistra. Trattasi d’incoerenze che, oltre che riprovevoli sul piano politico, sono risultate poco credibili anche sul fronte elettorale, che non a caso ha spesso premiato l’agenda berlusconiana, istintivamente avvertita come non contraddittoria. La stessa vicenda delle primarie ha finito per dimostrare il paradosso del Pd, costretto ad assistere all’affermazione di un personaggio, quale Matteo Renzi, che ha fatto del disprezzo verso la sinistra uno dei suoi cavalli di battaglia. Viene però da chiedersi se simili commistioni possano trovare buona accoglienza in un corpo elettorale segnato dalla crisi economica e dalla frustrazione sociale. E sotto tale profilo il messaggio vendoliano risalta in tutta la sua concretezza. Impegnati nelle loro beghe elettorali, gli apparati sembrano aver dimenticato che, nei momenti d’incertezza, l’elettore esige chiarezza di contenuti e di visioni. Ne consegue che l’ennesimo inciucio con le forze centriste, cui Bersani sembra voler ammiccare, non agevolerà l’affermazione di una linea progressista, pure auspicata da moltissimi italiani. Nè migliori rassicurazioni sembra offrire l’alternativa di un’alleanza con una sinistra, quale quella vendoliana, incapace di superare la sua storica dipendenza da una visione marxista del reale, ormai anacronistica. In definitiva, l’arena del centrosinistra appare oggi un foglio sostanzialmente bianco, su cui nuove storie possono esser scritte. Ed è allora compito delle forze socialdemocratiche esprimere alternative a narrazioni già viste, proponendo una visione progressista che ripudi l’accomodamento con il conservatorismo cattolico, senza cedere al fanatismo ideologico delle aree no global e comuniste. E’ una sfida difficoltosa, che quasi certamente impiegherà anni a produrre i suoi frutti, ma che non per questo dev’esser tralasciata, non foss’altro che per dimostrare all’Italia che esiste un aroma di sinistra diverso dalla gradazione comunista.

GIUSEPPE GIGLIOTTI

Palestina e Onu. Una strada per la pace

Tra le date che questo anno in via di conclusione consegna alla storia c’è, senza dubbio, quella del 29 novembre, giorno in cui, dopo un’attesa lunga, difficile, sofferta, l’Autorità nazionale palestinese (Anp) entra a far parte della Comunità delle Nazioni Unite, seppur con lo status di osservatore non membro dell’ONU.Considerazioni di carattere giuridico ci portano a sottolineare la valenza di soft law della risoluzione approvata dall’Assemblea generale, in quanto attribuisce all’Anp solo una condizione di “quasi membro” delle Nazioni Unite, senza le prerogative riconosciute ai 193 componenti a pieno titolo. È altrettanto evidente che solo il Consiglio di sicurezza avrà il potere di fare un passo ulteriore verso la piena legittimazione giuridica dell’Anp, come richiesto dai palestinesi il 23 settembre del 2011, e questa eventualità non sembra praticabile alla luce dell’attuale stallo diplomatico per la risoluzione del secolare conflitto con Israele.Tuttavia, il voto dell’Assemblea generale riveste un profondo significato simbolico e politico, perché fissa un punto fermo da cui non si potrà più retrocedere, potendo porre le premesse per un futuro – non sappiamo quanto distante nel tempo – ingresso della Palestina nella Comunità internazionale degli Stati sovrani.E tutto ciò avviene proprio in una fase di recrudescenza della situazione a Gaza, dove l’aggressività terroristica di Hamas ha prodotto la cruenta reazione di Tel Aviv, che solo l’abile mediazione del neo Presidente egiziano, Mohamed Morsi con il sostegno del Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha attenuato, favorendo le condizioni per un “cessate il fuoco”.Alla luce di un simile quadro, qual è il vero significato da attribuire al voto Onu sulla Palestina? Quali conseguenze potrà comportare nel processo di pace con Israele? E soprattutto, chi ha vinto e chi ha perso dopo questo voto?Sono domande che assillano non solo le diplomazie, ma anche l’opinione pubblica mondiale, perché l’esito del conflitto per la “terra promessa” produce ricadute a cascata sull’intero quadrante mediorientale e sulla vasta area del Mediterraneo.Le prime reazioni del governo israeliano sono state di netta contrarietà al voto dell’Assemblea generale, nella preoccupazione che questo parziale riconoscimento della Palestina possa rafforzare l’estremismo di Hamas e indebolire la posizione di Israele. Viceversa, nei territori palestinesi si è assistito a manifestazioni di giubilo, nonché a rassicuranti dichiarazioni dei vertici dell’Anp sui propositi futuri.Ad uno sguardo sommario, l’intera vicenda può apparire, dunque, come un successo di una parte sull’altra, ma se si tenta di seguire un approccio più approfondito ed obiettivo non si può negare come dal 29 novembre siano più forti entrambe, e lo sia anche l’Onu.La Palestina, per opera del Presidente Abu Mazen, vede una luce verso la piena legittimazione come organizzazione statuale; Israele, pur nella contrarietà della scelta seguita dalla maggioranza dei membri Onu, potrà contare su un interlocutore più solido perché considerato tale dalla Comunità internazionale. Al Fatah si conferma l’unica forza politica capace di guidare il processo di pace verso una stabile meta, fiaccando, auspicabilmente, le capacità di consenso di Hamas presso il popolo palestinese. Tel Aviv continuerà a godere del sostegno dei suoi storici alleati (su tutti, gli USA) ma anche dei Paesi (tra cui l’Italia) che hanno votato si alla risoluzione. Infine, l’Onu, che torna, seppur tra mille debolezze e limiti, centrale nella scena politica internazionale, come sede del confronto e della sintesi delle controversie, secondo l’auspicio dei suoi fondatori.Resta l’incognita dell’atteggiamento che potrà assumere l’integralismo islamico, indebolito dal nuovo scenario ma nondimeno animato da propositi bellicosi e terroristici nei confronti di Israele.Nonostante questo dubbio, però, si può ritenere che il voto dell’Assemblea generale abbia creato una strada su cui costruire il processo di pace, una pace che si basi sul reciproco riconoscimento tra due popoli e tra due Stati, sotto l’egida, finalmente, della principale organizzazione internazionale deputata a tale fine.

VINCENZO IACOVISSI

Politica estera del governo Monti: un bilancio negativo

L’iperattivismo estero di Mario Monti e del suo governo tecnico ha riguardato esclusivamente la ricerca di sponde commerciali e le rassicurazioni circa la stabilità finanziaria del Paese. Sono stati trascurati molti altri aspetti della politica estera, da quello strategico-militare, alla mission, al rapporto con l’UE, fino all’influenza in determinate aree. L’ampio tour europeo, atlantico e asiatico di Monti era teso solamente a recuperare la credibilità internazionale del Paese, precipitata col triste declino del Cavaliere. I rapporti da recuperare non sono soltanto gli equilibri istituzionali coi paesi del G8 o con i BRICS, ma si tratta delle posizioni di forza ed egemonia conquistate nel corso di sessant’anni, con più o meno audaci politiche di alleanze e pressioni. Ma vediamo la situazione in cui si è insediato l’esecutivo del Professore e le scelte (non) fatte. Purtroppo la politica estera del governo Monti assomiglia sempre più alla politica estera di un paese debole, senza radicamento storico e politico a livello globale, paesi di secondo piano che rinunciano ad un ruolo internazionale. L’Italia soffriva da ormai qualche anno di un logorante isolamento politico dovuto all’imprevedibilità del premier Berlusconi ed alle sue frequenti gaffe. Nonostante ciò, vanno riconosciuti alcuni suoi risultati, come il rapporto privilegiato con la Libia del colonnello Gheddafi. Prima della guerra, la produzione italiana in Libia era in media di 280.000 barili al giorno. A quel tempo, la Libia produceva un totale di 1,6 milioni di barili al giorno, di cui 1,3 per l’export. Al World Petroleum Congress di Doha ai primi di dicembre 2011, il gruppo petrolifero ENI, che è anche il più grande produttore straniero di petrolio in Libia, annunciò che la sua produzione di greggio in quel paese era stata ripristinata a circa il 70% dei livelli pre-guerra. Per quanto concerne l’export, nel 2009 l’Italia era il primo paese fornitore della Libia gheddafiana con una quota del 17,4% delle importazioni libiche totali, prima di Cina (10%) Turchia e Germania (9%). Era anche il principale mercato di sbocco per le esportazioni libiche (20%). Prima della guerra civile si contava la presenza di un centinaio di imprese italiane, prevalentemente nel settore petrolifero e delle infrastrutture, oltre che nella meccanica. L’instabilità politica italiana ha contribuito a facilitare l’insediamento di imprese concorrenti francesi e angloamericane nel momento in cui abbiamo ‘mollato il volante’. La situazione a Tripoli resta complessa ma certamente l’Italia ha perso la golden share nel nuovo fragile stato libico. Per Mario Monti la scelta degli Esteri è ricaduta su Giulio Terzi di Sant’Agata, ma è stato un testa a testa sino all’ultimo con un altro funzionario, Giampiero Massolo. Ex Segretario generale della Farnesina, Massolo godeva di un apprezzamento bipartisan, fama di instancabile e preciso diplomatico, conoscenza di inglese, francese, russo, polacco e tedesco. Ma non se l’è sentita di fare il grande salto, ha chiesto troppe rassicurazioni sul proprio futuro. Dunque alla Farnesina c’è andato – con il sostegno di Casini e Fini – il nobile bergamasco Terzi, incarnazione dell’atlantismo ortodosso. Ha lavorato per 35 anni tra le ambasciate italiane di Parigi, Canada, Israele, Nato, Onu e Washington. Come ringraziamento per il disturbo, Massolo è stato nominato direttore del DIS (controllo servizi segreti). Non sappiamo se avrebbe fatto meglio di Terzi, ma sappiamo che diplomazia e politica estera sono cose diverse. Gli esempi di una gestione maldestra sono svariati. Nessuna evoluzione nell’estradizione di Cesare Battisti, ben più di un caso di diritto internazionale. Si sono scontrate l’influenza di Roma sul capofila dei BRICS, con la sua vasta comunità italiana, e le resistenze del Brasile che, con una sentenza ispirata politicamente da Lula e Rousseff, ha voluto cementare la sua egemonia nel continente latino-americano e la nuova veste di potenza emergente. Altro episodio emblematico è il rapimento del tecnico Franco Lamolinara assieme ad un collega inglese, avvenuto in Nigeria a marzo. Il governo di Londra autorizzò un blitz delle forze speciali britanniche che si concluse con la morte del sequestrato italiano. Roma fu informata attraverso i suoi servizi solo a cose fatte. Caso diverso, ma altamente simbolico, è quello della cittadinanza onoraria al Dalai Lama del Comune di Milano. Sembra che il console cinese abbia espresso il disappunto di Pechino alla Farnesina, che avrebbe avvertito il Comune di un possibile boicottaggio cinese all’Expo 2015. Anche in questa occasione il governo è stato succube, offrendo un segnale preoccupante sull’indipendenza delle istituzioni e sulla loro autorevolezza. Ma forse l’episodio più celebre è quello dei due marò a bordo della nave italiana Enrica Lexie, accusati dal governo indiano del Kerala di aver ucciso ingiustamente due pescatori, scambiati per pirati. Viene da chiedersi: Stati Uniti, Francia o Regno Unito avrebbero consentito per mesi la detenzione illegale dei propri militari ed un trattamento così umiliante? La risposta è no, un caso analogo ha coinvolto la Marina degli Stati Uniti, che si è ben guardata dal consegnare i propri marines all’India o agli Emirati Arabi. L’Italia langue ancora impotente fra ricorsi, avvocati e funzionari del ministero. Nelle relazioni internazionali spesso vale la regola del più forte e non il diritto. Nessuna idea sulla strategia mediterranea, fortemente sostenuta da Craxi negli anni ‘80 e recentemente lasciata alle vaghe fantasie di Sarkozy, proprio in una fase di profondi cambiamenti nel Maghreb. Nel 2013 la Croazia entrerà nell’Unione Europea, ma il governo ha azzerato i fondi per la comunità italiana dell’Istria e Dalmazia, unica minoranza autoctona al di fuori dei confini nazionali, e Monti ha dedicato una visita ad hoc a Belgrado (proprio durante la crisi nigeriana); la nuova Serbia di Nikolić, ex braccio destro del criminale di guerra Šešelj, eletta come partner privilegiato nei Balcani. In Europa si sperimentano alleanze, dal Triangolo di Weimar al Gruppo di Visegrád, dall’Unione per il Mediterraneo a quella Eurasiatica, si attivano patti intermittenti e si vivono rotture burrascose, ma l’Italia stenta a trovare un suo ruolo, non ha una vision, resta all’angolo. Nei casi citati si è lasciata umiliare da paesi emergenti, fino a qualche anno fa privi di qualsiasi potere contrattuale con un membro del G8. Non vuole essere un inno alla prepotenza occidentale od una nostalgia patriottarda del posto al sole, ma i sintomi di declino nello scacchiere internazionale sono evidenti. Il governo, in quanto tecnico, non se la sente di esprimere una linea ed ha scambiato la politica estera per diplomazia tout-court, relazioni di buon vicinato. Parte della responsabilità ricade anche sull’Unione Europea in crisi, che dovrebbe ispirare una politica estera comune nelle mani dell’Alto Rappresentante Ashton. Gli stati nazionali con i loro piccoli interessi non sono più in grado di rispondere singolarmente alle sfide globali. Se si tirano le somme della politica estera italiana in tempi tecnici, il bilancio è certamente negativo.

MATTEO PUGLIESE

Likud Beitenu: la nuova maggioranza di Bibi

Il 22 Gennaio gli Israeliani sceglieranno il loro prossimo Premier. Le elezioni anticipate sono state indette da Netanyahu ad Ottobre per assicurarsi una maggioranza schiacciante, così da poter approvare la legge sul bilancio da austerity, che per Costituzione dovrà essere approvata entro la fine del 2013 e sulla quale la composizione attuale della Knesset non trovava l’accordo.Con l’obiettivo si stravincere le prossime elezioni, Netanyahu e Lieberman, Ministro degli esteri, hanno fuso i propri partiti, dando vita a Likud Beitenu – letteralmente: la Likud è la nostra casa – che prende il nome dallo schieramento di destra Likud, di cui Netanyahu è leader, e da Israeli Beitenu, il partito guidato da Avigdor Lieberman. La fusione è particolare: innanzitutto non si tratta della fusione tra i due partiti, ma solo di una fusione delle liste elettorali, ma soprattutto è stata imposta dalle rispettive dirigenze nazionali senza affatto consultare le proprie basi. Proprio quest’aspetto aveva destato qualche speranza nei Laburisti guidati da Shelly Yachimovich, che si aspettavano che il consenso verso Likud Beitenu fosse inferiore alla somma del consenso per la Likud e Israeli Beitenu ante fusione. Ma non è affatto così: Likud Beitenu, che candida Bibi nuovamente Premier, continua anzi a salire nei sondaggi, lasciando pochissimo spazio ai Laburisti per svolgere un’opposizione efficace.”Bibi”, come viene soprannominato Netanyahu, è sempre stato considerato molto rassicurante da parte dei suoi elettori, che in questo momento hanno bisogno di sentirsi salvaguardati. Per capire il motivo dell’ascesa continua di Likud Beitenu e del successo di Netanyahu bisogna guardare soprattutto alla politica estera: nuovi scenari si stanno aprendo in questi mesi e sono prospettive che giustamente spaventano gli Israeliani.In primis l’elezione di Obama, rispetto a Romney, rappresenta una minaccia per Israele a causa della maggiore intransigenza del repubblicano verso la Palestina. Infatti, l’attacco sferzato contro Gaza che ha ucciso Jaabari – leader di Hamas e comandante di 20.000 uomini armati – il 14 Novembre va interpretato anche come segnale a Obama: un avvertimento contro il riconoscimento della Palestina quale Stato osservatore all’ONU, che da quando è stata ammessa all’UNESCO comincia a diventare un’ipotesi meno remota. Obama, infatti, proprio negli stessi giorni dell’attacco, aveva reso note le intenzioni di avviare una nuova mediazione per risolvere la questione arabo-israeliana, ma con l’ira di Hamas e dei suoi militanti scatenata dall’attacco del 14 Novembre la pace si allontana inevitabilmente. D’altronde Netanyahu non si è mai fatto riconoscere quale portatore di pace, ma ha sempre rimandato al mittente le proposte di negoziato palestinesi, senza lasciare molto spazio alla risoluzione pacifica del conflitto latente, ora riemerso dopo quattro anni di semi-tregua e che sfocerà probabilmente anche in un conflitto sul confine con il Libano, dove Hezbollah è già pronta a fornire sostegno militare ad Hamas.In secondo luogo, Israele nutre molto timore per la guerra civile in Siria: al rischio di trovarsi a che fare con un regime forse più democratico, ma sicuramente più islamista e dalle ignote posizioni in politica estera, non c’è nessun dubbio che l’opzione migliore per Israele sia non interferire con il regime di Assad. E questo è anche uno dei motivi fondamentali per cui la NATO non interviene in favore degli Insorti in Siria.Inoltre, i rapporti con l’Egitto si stanno facendo sempre più tesi. Mohammed Morsi ha fatto rientrare il proprio ambasciatore in Israele e lo stesso ha fatto Netanyahu con l’ambasciatore israeliano in Egitto.La situazione che va delineandosi in Medio Oriente spaventa il mondo intero e scatena nuove ondate di rabbia e vendetta da parte israeliana, ma spianano la strada alla rielezione di Netanyahu. La nuova maggioranza di Governo, con questa situazione ai confini, probabilmente non sarà d’aiuto a Bibi solo per approvare le misure di austerity, ma anche per giustificare probabili nuovi attacchi verso Hamas.

ELISA GAMBARDELLA